Outlet sequence

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CASE HISTORY: TEST DI DURATA DI UPS

Abbiamo visto come uno degli aspetti critici, allorquando acquistiamo un UPS, è dimensionarlo correttamente alle nostre esigenze.

Di seguito riporto, a puro titolo indicativo, i risultati di alcuni test di durata effettuati con il mio UPS (per la cronaca un APC Smart-UPS 750 con poco più di un anno di vita) con diverse configurazioni più o meno “complesse” di personal cloud. Nello specifico mi sono posto in tre distinte situazioni, corrispondenti ad altrettante esigenze, ovverosia:
1) “basic personal cloud”: all’UPS è collegato il solo NAS, il quale, inizialmente “a riposo” viene impiegato in una serie di attività via via sempre più “impegnative” (visualizzazione via smartphone di foto, ascolto di musica tramite il player domestico, visualizzazione di un film); il carico resta sempre limitato (per intenderci arriviamo ad un picco di 120VA, pari a circa il 16%) e la durata della batteria risulta di conseguenza più che dignitoso: il test, iniziato alle 12.53.04, termina alle 15.52.10 allorquando si conclude la sequenza programmata di spegnimento in sicurezza. Quasi 3 ore di autonomia quindi, lasso di tempo entro il quale – se si eccettuano le grandi calamità naturali – mi sento di affermare vengono risolti la maggior parte dei problemi che colpiscono la rete elettrica.
2) “intermediate personal cloud”: in questo secondo caso all’UPS, oltre al NAS, sono collegati un desktop PC con relativo monitor e degli speaker audio (2 tweeter + subwoofer). Si tratta di una situazione tipica in cui all’UPS si richiede di garantire tanto la produttività “locale” (tramite il PC, che nel caso specifico viene utilizzato per normali attività quali navigazione , editing, visualizzazione di filmati, etc.) quanto quella remota (attraverso il NAS). Il carico passa dai 157 VA “a riposo” (21%) a picchi di 231 VA (31%) mentre per quanto riguarda il tempo di autonomia si scende sensibilmente: il test, iniziato alle 12.20.09, si conclude poco meno di tre quarti d’ora dopo, alle 13.04.04. Non moltissimo ma sicuramente sufficiente per proseguire, terminare e salvare in sicurezza un lavoro di estrema urgenza ed importanza.
3) “full personal cloud”: il terzo ed ultimo test vede collegati all’UPS una serie di dispositivi “addizionali” che estendono al massimo la propria nuvola personale. In particolare oltre al NAS (sfruttato a fondo richiedendogli in contemporanea la trasmissione sia di musica in formato MP3 al player di rete che di film alla smart-TV), vengono alimentati il solito PC desktop (con relativo monitor e casse audio), una stampante, un dispositivo JBOD (al quale per l’occasione vengono trasferiti alcuni Giga di file dal PC) e, per finire, uno smartphone scarico (che nella fattispecie attinge alla batteria dell’UPS, utilizzato come riserva energetica d’emergenza). I carichi, un po’ a sorpresa, non sono elevatissimi: se il valore minimo a riposo è di 194 VA (26%), il massimo non raggiunge i 246 VA (33%); a risentirne in modo sensibile è l’autonomia, la quale scende in modo più che proporzionale ad appena 23 minuti (per la precisione il test inizia alle 16.00.45 e finisce alle 16.23.18). Si tratta, quest’ultimo, di un valore non elevatissimo ma che consente comunque di terminare in tranquillità (e soprattutto in piena sicurezza) il proprio lavoro; peraltro va fatto notare che, poiché il display dell’UPS fornisce una stima dell’autonomia residua, è possibile staccare progressivamente, in modo selettivo, quei device non più essenziali destinando al contrario l’energia residua a quegli elementi critici della propria nuvola personale, della quale in ultima analisi si finisce per allungare la vita.

Alcune considerazioni sono d’obbligo; in particolar modo va osservato come, per i test qui presentati (che, sottolineo a scanso di equivoci, hanno finalità meramente esemplificativa tanto più quanto essi variano da produttore a produttore e da modello a modello!), ho ipotizzato delle personal cloud assai “pesanti” laddove la prassi, oramai, va verso strutture sempre più snelle; ad esempio al posto del desktop PC poteva tranquillamente esserci un portatile od un tablet, che se con batterie cariche non avrebbero avuto bisogno di collegarsi all’UPS!
In altri termini la scelta oculata dei device della propria personal cloud (favorendo quelli dotati di una propria autonomia energetica) unita a policy dettate dal buon senso (quale ad esempio l’accortezza di avere sempre le batterie cariche), consentono di non dover andare a consumare l’energia dell’UPS, la quale dovrebbe servire per alimentare il solo NAS, massimizzando la sopravvivenza della propria personal cloud, così come avvenuto nel primo test.

Ultima nota circa il tempo necessario all’UPS, una volta scarico, per tornare al 100% della propria autonomia: poiché sono necessarie almeno un paio d’ore, va da sé che la presenza di continui blackout (come nel caso di forti e ripetuti temporali) potrebbe rallentarne la ricarica, fino a far scivolare pericolosamente l’UPS attorno al valore in cui prende avvio la procedura di shutdown.

Backup

Backup, di wrongwaysg, su Flickr

UNA QUESTIONE TERMINOLOGICA: UPS VS BATTERY BACKUP

Spesso nel web compaiono articoli e/o descrizioni di dispositivi nei quali vengono utilizzati pressoché come sinonimi i termini di UPS (che, come già si è visto, sta per Uninterruptable Power Supply) e battery backup; dal punto di vista pratico i due dispositivi fanno lo stesso lavoro: qualora vi sia un problema con la fornitura di energia elettrica (blackout, micro interruzione, sovravoltaggio, etc.) essi intervengono, impedendo la brusca chiusura del dispositivo alimentato, evitando di conseguenza la perdita / corruzione di dati, il danneggiamento della parte hardware e via di questo passo.
A differire, invece, è il modo in cui il lavoro viene svolto: mentre l’UPS è sempre attivo e filtra in continuazione la corrente in entrata, fornendola “pulita” in uscita ai dispositivi collegati (nei migliori dei casi con onda in uscita sinusoidale pura, n.d.r.), un dispositivo con funzione di battery backup interviene solo ed esclusivamente in caso di emergenza. Si ha in altri termini un preciso momento in cui avviene il passaggio (switching) dalla corrente di rete a quella immagazzinata nel dispositivo, con quest’ultima di norma sufficiente ad operare solo per quella manciata di minuti necessaria per chiudere in sicurezza i device collegati. Inoltre il fatto che bene o male avvenga uno switching (per quanto siano in ballo millesimi di secondo), fa sì che, almeno in linea teorica, si possano ugualmente verificare danni.
In altri termini un apparecchio di tipo battery backup, oltre ad essere meno prestante e meno sicuro, è privo di tutte quelle funzionalità avanzate (arresto programmato, gestione intelligente dispositivi collegati, etc.) presenti nei migliori UPS, tutti motivi per cui, personalmente, ritengo che questi ultimi siano da preferire. Ma come sempre bisogna rapportare i vari aspetti alle specifiche esigenze e, non da ultimo, al budget disponibile.

Cablaggi

Cablaggi

UPS: (NON SOLO) UNA QUESTIONE DI CABLAGGI

Dopo aver descritto cos’è l’UPS e qual è la sua funzione a livello teorico e pratico, è opportuno fare una veloce digressione sui piccoli accorgimenti da seguire nel momento in cui andiamo concretamente a “tirare i cavi”.
Le tipologie di collegamenti che effettuiamo sono sostanzialmente due: a monte andiamo a collegare l’UPS alla rete elettrica, a valle andiamo ad attaccare all’UPS medesimo quei device che abbiamo stabilito costituiscono il core della nostra personal cloud, vale a dire quelli senza i quali essa non assolve più ai suoi compiti (pertanto, come più volte scritto, andranno collegati perlomeno il NAS ed il modem / router che consente al primo di collegarsi ad Internet).

Ma entriamo maggiormente nel dettaglio. Per quanto riguarda il primo aspetto, la questione è abbastanza semplice: difatti l’unico, semplice accorgimento che le case produttrici danno è quello di collegare l’UPS direttamente alla presa a muro, cioè senza far ricorso ad adattatori (e men che meno a ciabatte!). Niente di impossibile, se non fosse che le spine degli UPS (come del resto quelle di gran parte degli elettrodomestici) sono di tipo schuko e le relative prese in Italia non sono poi così diffuse, o meglio sono presenti solo in alcuni specifici ambienti come la cucina (per il frigorifero ed il forno) oppure la lavanderia (per la lavatrice) e difficilmente sono previste nelle altre stanze, come potrebbe essere lo studio / ufficio nel quale si intende collocare l’accoppiata NAS + UPS. Pertanto, salvo rari e specifici casi, sarà necessario sostituire placca e placchetta a muro di tipo “tradizionale” italiano (L tripolare) con i corrispettivi di tipo schuko, operazione tutt’altro che complessa (ma che, in caso di dubbi, è assolutamente preferibile lasciar fare ad un elettricista!) e dal costo più che contenuto. In sostanza un accorgimento che non richiede grossi investimenti ma che assicura una maggior sicurezza grazie alla maggior difficoltà nello sfilare la spina dalla presa ed al migliore contatto della terra.

Affrontiamo ora il secondo ordine di problemi, ovvero come collegare all’UPS i vari device, il che ci porta inevitabilmente a parlare del tipo di UPS in uso. Difatti, a seconda del modello e della “potenza”, gli UPS dispongono di un numero più o meno maggiore di uscite che, nella maggior parte dei casi (ma sempre quando parliamo dei produttori più blasonati!), sono di tipo IEC 320; in pratica essi – correttamente – adottano la standard appositamente definito dall’International Electrotechnical Commission per le spine e relative prese da utilizzare per connettere apparecchiature varie ed, in special modo, quelle di tipo informatico. Da quanto sin qui detto deriva che 1) all’UPS possiamo collegare direttamente un numero limitato di dispositivi e 2) solo se il relativo cavo è compatibile. Riprendendo il nostro caso “scolastico”, ciò significa che con il NAS non ci sono problemi di sorta mentre il router non è collegabile. Naturalmente quest’ultimo problema è ovviabile, seppur con alcune fondamentali cautele: ad esempio è possibile ricorrere ad una multipresa con connettore maschio di tipo IEC, la quale però andrebbe usata con oculatezza, evitando di sovraccaricarla (per quanto molte di esse spesso possiedano filtri che proteggono dalle sovratensione) collegandovi troppi dispositivi, soprattutto se energivori (ma non è questo il caso del nostro router.

Riassumendo una configurazione tipo, in presenza di un UPS “medio” con quattro uscite, potrebbe essere la seguente: direttamente all’UPS collego il NAS, un desktop-PC ed il relativo monitor mentre nell’ultima presa disponibile collego una ciabatta alla quale a sua volta collego il router, lasciando le altre prese libere per eventuali “emergenze” (in tale evenienza l’UPS funge da riserva di energia). Va inoltre sottolineato come non vada lasciato al caso neppure a quale presa presente sul retro dell’UPS collegare i vari dispositivi: infatti molti modelli permettono, in caso di entrata in funzione dell’UPS ed una volta raggiunto un predeterminato livello di autonomia, di avviare lo shutdown programmato dei device connessi secondo un preciso ordine. A riguardo va sottolineato come di norma si disattivano per primi gli apparati meno critici al fine di aumentare il tempo di autonomia di quelli più importanti, anche se potrebbe pure valere il ragionamento contrario, ovvero staccare per primi i dispositivi critici per essere certi che l’operazione avvenga in condizioni massima sicurezza.

Nota finale

In questo post siamo partiti dall’assunto che sia sufficiente un solo UPS ma in verità nulla vieta che gli UPS non possano essere più di uno! In definitiva tutto dipende da considerazioni di ordine economico (budget a disposizione), dall’architettura della propria personal cloud e dal livello di sicurezza / tempo di autonomia che si vuole raggiungere. A mio avviso un’architettura di tipo centralizzato, quale è quella sopra descritta, rappresenta – in termini di costi, facilità di gestione, etc. – la soluzione oggettivamente preferibile in ambienti domestici; è però indubbio che anche un’architettura di tipo distribuito, nel momento in cui inizia a svilupparsi su più ambienti della casa / ufficio o addirittura su più edifici, offra una ridondanza – che però a sua volta implica duplicazione degli spazi da “proteggere” e crescita più che proporzionale dei costi di realizzazione e di gestione – che può rilevarsi critica per la “sopravvivenza” della propria personal cloud.

L’UPS

APC 750 Smart-UPS (Altered Picture)

APC 750 Smart-UPS (Altered Picture)

Il terzo elemento costitutivo di una personal cloud è l’UPS (Uninterruptible Power Supply), ovvero un apparecchio dedicato la cui funzione primaria è quella di assicurare la fornitura costante di elettricità ai dispositivi ad esso collegati; scrivo “funzione primaria” poiché, nella pratica, la maggior parte degli UPS destinati ad uso domestico attualmente in commercio svolgono anche qualche compito in più oltre a quello di intervenire in caso di blackout elettrico: 1) interponendosi tra la presa a muro “a monte” ed i dispositivi “a valle”, essi “filtrano” e “puliscono” in modo continuativo la corrente elettrica, eliminando tutte quelle problematiche (micro-interruzioni, sovraccarichi e cali di tensione derivanti tanto da scompensi nella rete di distribuzione quanto da eventi naturali, come ad es. fulmini) che possono rivelarsi dannosissime per i vari device collegati 2) in caso di interruzione nella fornitura di corrente elettrica, possono fungere da “riserva di energia” grazie alla possibilità di aggiungere / rimuovere dispositivi anche se l’UPS è già in funzione.

Alla luce di queste caratteristiche appare evidente l’importanza assunta dagli UPS ai fini del funzionamento della nostra nuvola personale nel suo insieme: esso infatti non solo la mantiene attiva (per un tempo, si badi, comunque limitato, n.d.r.) ma pure ne preserva l’integrità complessiva.
Preso atto dell’importanza dell’UPS all’interno del modello teorico qui preso come riferimento, passiamo ad analizzare quelli che sono alcuni dei criteri da seguire al fine di scegliere quello che fa maggiormente al caso nostro.

Innanzitutto dobbiamo decidere quali e quanti dispositivi andranno ad esso collegati: evidentemente andranno scelti gli elementi critici, senza i quali la nostra personal cloud viene meno. In primo luogo, dunque, andrà collegato il NAS ma anche il modem / router che consente di rendere i dati conservati nel primo accessibili! In seconda battuta potremmo aggiungere tutti quegli elementi “operativi” che riteniamo indispensabili (potrebbe essere il caso di un laptop e di una periferica di output, poniamo una stampante). Sulla base di queste nostre scelte, andrà concretamente dimensionato l’UPS; dal punto di vista tecnico si tratterà di calcolare la potenza massima, espressa in Volt-Ampere (VA), richiesta all’UPS; quest’ultima, a sua volta, è pari alla sommatoria della potenza assorbita dai singoli apparecchi che intendiamo collegare, più un margine di tolleranza / emergenza.
Oltre a questo questo, che in definitiva si risolve in un semplice calcolo aritmetico, nella scelta dell’UPS vanno tenute in considerazione alcune ulteriori caratteristiche: 1) è raccomandabile acquistare un UPS che eroghi in uscita corrente con onda sinusoidale pura, questo al fine di essere certi che non insorgano problemi nell’alimentare i vari dispositivi connessi (se si opta per UPS con onda sinusoidale simulata in uscita, meglio verificare la tipologia di alimentatori montati sui vari dispositivi che si intende collegare); 2) è parimenti consigliato optare per UPS con possibilità di alimentazione a freddo e con capacità di avviamento dello stesso anche in assenza della rete elettrica, utilizzando l’energia accumulata nelle batterie. Non sarebbe neppure male se 3) l’UPS prescelto permettesse la sostituzione della batteria a caldo (hot swap), ovvero senza disabilitare l’alimentazione ai dispositivi alimentati così come 4) sarebbe raccomandabile se esso possedesse avanzate funzionalità di monitoraggio e controllo (meglio ancora se da remoto!), in modo tale da poter definire a priori il suo comportamento in caso di blackout: quali dispositivi spegnere per primi, quando effettuare il shutdown in sicurezza (ovvero: raggiunto quale livello di batteria), quali riavviare per primi, etc.

Le variabili, si sarà intuito, sono molteplici e quelli qui dati devono essere presi più che altro come suggerimenti minimi: se vogliamo garantire la “linfa vitale” alla nostra personal cloud, sarà di fondamentale importanza effettuare una approfondita analisi delle proprie specifiche esigenze e, di conseguenze, di quelle del nostro UPS.

Connessione ad Internet

Un hotspot wi-fi portatile della Huawei

Un hotspot wi-fi portatile della Huawei

Dopo aver trattato del NAS, passiamo all’analisi del secondo elemento costitutivo di una personal cloud, ovvero la connessione ad Internet.
E’ proprio grazie a quest’ultima che, nella maggior parte dei casi attraverso un modem router, riusciamo a far sì che i vari dispositivi che compongono la nostra nuvola personale riescano a parlarsi l’uno con l’altro: in primo luogo, ovviamente, va messo in Rete il NAS ma nondimeno ciò deve avvenire anche per le altre periferiche domestiche (quali ad esempio le stampanti) così come per i sempre più numerosi device mobili (che possono altresì appoggiarsi sulla rete cellulare, n.d.r.).
Un insieme di esigenze talvolta contrastanti con numerose variabili da prendere in considerazione, tali da rendere l’argomento semplice solo sulla carta: modalità di connessione (wireless o cablata), tipologia di dispositivo d’accesso, copertura e costi sono gli aspetti che, come minimo, vanno attentamente soppesati.
Posto che l’optimum sarebbe avere una connessione potente ed il più possibile stabile (non solo in termini di qualità del segnale ma anche di costanza nel tempo) vediamo punto per punto gli aspetti elencati, tenendo presente che l’ordine di presentazione non indica alcun valore di importanza:

1) Modalità di connessione. Le opzioni, a riguardo, sono due: wireless oppure cablata; evidentemente la tendenza va in direzione del senza fili, che consente di organizzare la rete domestica (intesa qui nel senso letterale di cavi da far scorrere) ed aggiungere dispositivi in modo indubbiamente più agevole. Il “prezzo” di tale libertà sta nella degradazione del segnale, che può tradursi (a meno che i nostri dispositivi, in particolare il NAS, non siano posizionati a pochi metri di distanza dal modem router wifi) in un calo delle prestazioni anche significativo. Per fortuna nel caso di una infrastruttura wireless il problema è risolvibile acquistando un range extender con poche decine di euro; al contrario se optiamo per la soluzione cablata, godremo (in termini generali) di una maggior garanzia in quanto a prestazioni alla quale farà però da contraltare un “ingessamento” complessivo della propria rete domestica: la semplice aggiunta di un dispositivo oppure lo spostamento, poniamo, del NAS da un punto all’altro della casa potrebbe infatti rappresentare un problema “logistico” non da poco, obbligando a tirare cavi, aggiungere prese, far buchi nelle pareti, etc.

2) Tipologia di dispositivo d’accesso. A seconda della modalità di connessione che scegliamo (wireless oppure cablata?) discende il tipo di apparecchio che ci serve: in ambienti domestici, oramai, è la norma avere a che fare con un modem router, vale a dire un dispositivo che assomma in se le capacità di router e di un modem oltre che a fungere da access point. Un simile dispositivo è in grado di instradare pacchetti di dati tra reti diverse e molteplici dispositivi, connettendoli alla rete. Evidentemente l’ideale, quando si intende metter su una personal cloud, è poter riuscire ad aggiungere / togliere dispositivi in modo agevole, senza dover affrontare particolari problemi di configurazione ed ancor meno di realizzazione della rete fisica. In questo senso un modem router wi-fi è l’ideale, vista anche la diffusione dello standard WPS (ovvero Wi-Fi Protected Setup) che permette di instaurare connessioni sicure semplicemente premendo un pulsante. Da prendere in considerazione sono in particolare, a mio avviso, quei modem router “portatili” che ricevono il segnale direttamente dalla rete cellulare, avendo essi una SIM incorporata; i vantaggi di una simile soluzione sono l’indipendenza del modem router dalla rete elettrica (se quest’ultima salta, poiché questa tipologia di modem router è dotata di batteria, continua a lavorare e ad emettere il segnale!) e dalla rete telefonica, di qualunque tipo essa sia. Essendo in tal modo gli eventuali disservizi limitati al massimo (ad esempio in caso di di guasti ai ripetitori di TLC) ne consegue un aumento complessivo di affidabilità, nonché di “continuità” ed operatività, della nostra personal cloud. Aspetti negativi, da valutare attentamente allorquando si opti per un modem “portatile”, sono i seguenti:
A) Pericolo di trovarsi con le batterie scariche. A tale serio problema si può ovviare tenendo costantemente monitorato il livello di carica; inoltre il fatto di avere a disposizione un UPS che funga da “riserva di energia”, nell’evenienza in cui l’erogazione da parte della public utility dovesse venire a mancare, può rappresentare una sufficiente garanzia.
B) Limitato numero di device collegabili. Essendo dei dispositivi pensati per chi necessita di una configurazione veloce ed un utilizzo “informale” (e dunque non per reti domestiche complesse), il numero di dispositivi collegabili in contemporanea è alquanto limitato (in genere massimo 5), il che può rappresentante un vincolo oggettivamente intollerabile.

3) Copertura. Naturalmente, allorquando andiamo a realizzare una personal cloud, dobbiamo assicurarci che la zona in cui verrà dislocato il NAS abbia un’adeguata copertura: se così non fosse potremmo, paradossalmente, trovarci nella situazione in cui i nostri device periferici funzionano correttamente (poniamo un tablet collegato ad Internet attraverso l’hotspot di un aeroporto dall’altra parte del globo) ma sono incapaci di ricevere il documento contenuto nel NAS in quanto quest’ultimo è troppo lento nell’inviare i pacchetti di bit a causa di una connessione non adeguata (nella peggiore delle ipotesi il NAS potrebbe risultare del tutto irraggiungibile).

4) Costi. La maggiore o minore copertura di un’area da parte di questo o di quell’operatore di TLC ci spinge, evidentemente, ad optare per l’uno anziché per l’altro indipendentemente dal fatto che il costo del servizio sia più alto o più basso (del resto, meglio pagare qualcosa di più per un servizio migliore che pagare di meno per un servizio scadente). Accanto a queste riflessioni generali, che poi vanno evidentemente contestualizzate, un ulteriore consiglio è di prediligere un piano / più piani flat (ovviamente si possono sottoscrivere, con i vari device, più abbonamenti!) giacché una nuvola trova la sua ragion d’essere nell’essere operativa H24, il che fa esponenzialmente aumentare i consumi di banda. Inoltre, ultima nota, vanno tenute presenti non solo le velocità di download (ed, in caso di abbonamento a consumo, le relative soglie di traffico) ma anche quelle di upload, spesso trascurate: in una nuvola infatti, quello che si scarica da un dispositivo lo si carica nell’altro e viceversa!

Il NAS – Parte 4

App Synology DS File (Screenshot)

App Synology DS File (Screenshot)

Nei post precedenti ci si è concentrati, in termini soprattutto prestazionali, sulle caratteristiche che dovrebbero possedere i NAS; in verità in tempi di cloud imperante, nel quale parole come “condivisione” e “sincronizzazione” rappresentano il Verbo, è bene prestare attenzione anche ad altri aspetti non meno importanti.
In particolare, nel momento in cui il NAS viene a collocarsi al centro della propria nuvola personale, è di fondamentale importanza che questo core sia in grado di dialogare con quelle periferiche (smartphone, tablet, fotocamere, smart-TV, riproduttori / diffusori di musica “liquida”, etc.) che, in definitiva, danno un senso alla realizzazione dell’intera infrastruttura.
Pertanto nella scelta del proprio NAS andranno tenuti in considerazioni aspetti quali:
1) la presenza di applicazioni da installare sui vari device e tali da rendere agevole l’accesso a / la condivisione di documenti, canzoni, film, etc.; può infatti sembrare paradossale ma, per quanto ciò sia sempre più infrequente, non sempre esistono app ad hoc e, quando queste esistono, non è detto che le case produttrici di NAS le realizzino per tutti i SO in circolazione. Se i possessori di device che girano con Android ed iOS possono oramai stare tranquilli, ben diverso il discorso per coloro che continuano ad usare Blackberry (se numericamente si tratta di valori percentualmente sempre più piccoli, in assoluto le cifre non sono disprezzabili tanto più che di norma si tratta di utenti business). Inoltre, una volta assodata la presenza della suite di applicazioni per il proprio device, è buona prassi verificarne il funzionamento: anche in questo caso può apparire incredibile, ma non è detto che le applicazioni predisposte funzionino a dovere! A tal fine una scorsa al rating ed ai commenti sull’app store così come a quello degli utenti in rete potrebbe salvare da cattive sorprese.
2) che siano rispettate le specifiche DLNA (Digital Living Network Alliance): come già visto si tratta di uno standard tuttora in fieri (ma che oramai si sta imponendo de facto, n.d.r.) voluto dalle principali aziende costruttrici al fine di far dialogare tra di loro i vari dispositivi multimediali presenti sul mercato una volta inseriti all’interno di reti locali (reti domestiche e piccoli uffici rappresentano gli ambiti principali); inutile dire che un NAS “certificato” DLNA, almeno sulla carta, dovrebbe darci maggiori garanzie di corretto assolvimento delle sue funzioni di digital media server.
3) il sistema operativo del NAS stesso: parrà un’osservazione banale, ma è evidente che l’avere a che fare con un NAS il cui sistema operativo fa acqua da tutte le parti è ben diverso da lavorare con uno funzionante, funzionale ed intuitivo. Anche in questo caso dunque è importante, prima di scegliere (ed acquistare!), documentarsi in Rete a riguardo, leggendo le recensioni sui prodotti, i commenti nei forum, verificando la frequenza con la quale i produttori rilasciano aggiornamenti, etc.

Insomma, cautele dettate soprattutto dal buon senso ma che possono farci risparmiare molte delusioni… e soldi!

Western Digital WD30EFRX RED HardDisk

Western Digital WD30EFRX RED HardDisk

LA SCELTA DELL’HARD DISK

HARD DISK E NAS

Il capitolo hard disk, elemento chiave all’interno del NAS (che a sua volta sta al centro della nostra personal cloud), merita una digressione.
I motivi che lo rendono cruciale sono evidenti: in una nuvola personale pensata per archiviare i propri dati e documenti, esso rappresenta la parte fisica nella quale essi risiedono. Al di là della configurazione RAID prescelta, che naturalmente da’ un fondamentale contributo alla salvezza dei dati ed all’operatività della cloud, è ovvio che risulta di assoluta importanza scegliere un disco che sia affidabile e, preferibilmente, pure concepito e realizzato per svolgere i compiti peculiari che attendono un disco rigido destinato ad essere ospitato all’interno di un NAS.
In sostanza, allorquando andiamo a scegliere quale HDD andremo ad alloggiare nei vani a disposizione (ribadisco infatti il consiglio di acquistare NAS sprovvisti di dischi rigidi, n.d.r.), non dobbiamo guardare solo alla quantità di spazio di archiviazione, caratteristica ovviamente importante, ma anche ad un variegato insieme di fattori quali velocità, consumi, garanzia sul prodotto, compatibilità con il NAS prescelto, tipo di interfaccia di connessione (quale SATA e da quanti pollici).
In particolare, verificata preliminarmente la compatibilità con il nostro NAS (la maggior parte dei siti della case produttrici fornisce apposite tabelle), credo sia fondamentale guardare ai consumi ed alla garanzia sul prodotto (non è ovviamente una regola matematica, ma se la garanzia è superiore a quella standard è probabile che il produttore abbia fatto i suoi test e sia consapevole che l’eventualità di dover sostituirne di rotti sia alquanto remota). E’ infatti nel nostro interesse che gli HDD ci diano meno grattacapi possibili in termini di guasti e malfunzionamenti e che anzi, al contrario, funzionino ininterrottamente per il maggior tempo possibile.
In altri termini HDD particolarmente prestanti (a prescindere dal fatto che poi la LAN funga da collo di bottiglia…), oltre a consumare di più, potrebbero andare incontro a veloce usura ed in ultima analisi sfociare in malfunzionamenti e guasti; al contrario dischi rigidi meno performanti, essendo meno sottoposti a stress, in linea teorica dovrebbero usurarsi di meno (= durare di più) e soprattutto consumare di meno, aspetto non secondario considerando il fatto che dal nostro NAS pretendiamo un’operatività 24/7.
Proprio per rispondere a simili requisiti in commercio si trovano “speciali” HDD, detti forse impropriamente nearline, studiati appositamente per essere montati su NAS e che si collocano ad un livello intermedio tra quelli consumer che troviamo di norma installati sui nostri PC e quelli enterprise; l’ottimizzazione nei dischi nearline è ottenuta intervenendo tanto a livello di firmware che di hardware, ad esempio minimizzando le vibrazioni (viste come fattori di “disturbo” in fase di scrittura / lettura e capaci pertanto, a lungo andare, di provocare corruzioni dei dati e rotture dal punto di vista meccanico).
Il tema delle minori vibrazioni ci introduce a quello delle possibili alternative all’installazione di dischi rigidi: la maggior parte dei NAS infatti prevede oltre all’interfaccia classica da 3,5′ pure quella da 2,5′ tipica delle unità SSD (Solid State Disk): come sarà noto questi ultimi non hanno parti meccaniche al loro interno sicché, non essendoci parti in movimento (come la testina di lettura), oltre ad essere nettamente più veloci e silenziosi, essi non vibrano. Purtroppo al momento essi offrono un rapporto prezzo / GB nettamente sfavorevole e sono pure soggetti a guasti molti più frequenti (il cosiddetto MTBF, acronimo di MeanTime Between Failure, ovvero il tempo intercorrente tra un guasto e l’altro); pertanto simili soluzioni, pur implementabili in un NAS, vanno valutate solo in quei casi nei quali elevate prestazioni sono fondamentali e, parallelamente, le esigenze di storage scivolano in secondo piano. Esigenze, a mio avviso, particolarmente inconsuete per un NAS che deve andare a fungere da infrastruttura della nostra nuvola personale.

CONCLUSIONI

In conclusione, anche nella scelta del disco rigido dobbiamo contemperare tra ricerca di prestazioni ed affidabilità, ma con un occhio di riguardo a mio avviso per quest’ultima; non bisogna infatti mai dimenticare come tra i compiti critici della nostra personal cloud ci sia quello, preminente, di assicurarci l’accesso costante nel tempo ai nostri dati e documenti, preservandoli nel contempo da qualsiasi tipo di corruzione e perdita.

Il NAS – Parte 3

Disque dur externe

Photo credits: Disque dur externe di esquimo_2ooo, su Flickr

Una caratteristica del NAS fondamentale affinché la propria personal cloud sia, nel suo complesso, sufficientemente affidabile, ridondante e veloce nelle operazioni I/O (input ed output) è la tipologia di RAID (Redundant Array of Independent Disks) supportata.
Per comprenderne appieno l’importanza è opportuno fare un passo indietro e spiegare, per sommi capi, cos’è un RAID: in sostanza, come si intuisce sciogliendo l’acronimo, si tratta di “un insieme ridondante di dischi indipendenti”, ovvero l’unione di più dischi (rigidi) che si riesce a far apparire, dal punto di vista logico, come un’unica unità. Storicamente il ricorso ad una simile soluzione rappresentava una sorta di escamotage per far tenere il passo a sistemi datati rispetto ad altri più recenti e prestanti: infatti, unendo più dischi obsoleti, si potevano eguagliare e talvolta superare le capacità di archiviazione degli HDD più recenti.
Se aggiungiamo che tale soluzione assicurava al sistema pure una maggiore affidabilità complessiva (dal momento che, essendoci più dischi collegati, era tollerata la rottura di uno o più di essi laddove qualora si fosse rotto l’unico, grande disco il sistema inevitabilmente si sarebbe bloccato), si comprende come mai una grande fortuna sia arrisa a questo modello e come, anzi, esso si sia evoluto in modo sempre più sofisticato al punto che oggi esiste una gamma di configurazioni RAID che spazia dalla “basica” 0 alla complessa 10.
Poiché la maggior parte dei NAS domestici normalmente dispone di alloggiamenti per due dischi rigidi (le soluzioni con tre / quattro slot, per quanto di prezzo non di molto superiore, sono pensate per l’utilizzo in ufficio oppure in piccole aziende), le configurazioni RAID tra le quali si può scegliere sono sostanzialmente quella 0 oppure 1.
Con RAID 0 i due dischi rigidi presenti (ipotizziamo ciascuno da 3 TB) vengono visti come un unico grande disco (riprendendo l’esempio, da 6 TB); è evidente che con un siffatto sistema si massimizza lo spazio a disposizione, ottenendo da più dischi fisici un unico, grande disco virtuale, ma non sono tollerati errori: se uno dei due dischi si guasta, l’intero NAS diventa inutilizzabile, i dati inaccessibili (con il rischio, nei casi più gravi, di loro perdita)… e la nostra personal cloud tracolla.
Da questo punto di vista RAID 1 offre decisamente maggiori garanzie: in questa configurazione infatti di ciascun dato conservato, poniamo, nel disco 1 viene creata una copia esatta (mirroring) nel disco 2, di modo che, qualora uno dei due dovesse rompersi, i nostri dati sono al sicuro nell’altro e, aspetto non meno importante, la continuità operativa della nostra cloud è assicurata. Il rovescio della medaglia del RAID 1 è costituito dal fatto che un intero disco, non esattamente economico, è “sacrificato” con tutta la sua capacità di storage sull’altare della ridondanza (come si sarà intuito c’è una fault tolerance pari ad n dischi – 1) e che si perde in velocità nella fase di scrittura (questo dal momento che tale operazione deve avvenire su entrambi i dischi; la lettura, al contrario, si avvantaggia della possibilità di andare a pescare sull’uno oppure sull’altro disco).
Superfluo sottolineare, comunque, che la scelta del NAS / RAID più giusto dipende dalle diverse esigenze di ciascuno di noi: se il budget non è un problema, ad esempio, la soluzione migliore è a mio avviso il RAID 5 (implementabile con un minimo di 3 HDD, anche se la grande maggioranza dei NAS in commercio ha un numero di bay pari): semplificando, i dati vengono distribuiti su tutti i dischi disponibili assieme alla loro parity, ovvero un valore calcolato in fase di scrittura che viene utilizzato per ricostruire dati eventualmente danneggiati; ciò significa che nonostante i blocchi di dati siano distribuiti tra i vari dischi senza che venga creata una copia di sicurezza, su ciascuno di essi esiste una “sezione” di parità che consente, per l’appunto, il loro recupero ed assicura, in definitiva, l’operatività del sistema ed in ultima istanza della nuvola.
Aspetti negativi da prendere in considerazione sono, oltre ai costi superiori (della macchina e dei dischi, presenti in maggior numero), i tempi di scrittura più elevati in quanto, ogni volta che si esegue tale operazione, avviene in parallelo la modifica ed il calcolo della parità.
Per concludere la scelta del NAS, elemento centrale della personal cloud, non può prescindere dalla scelta effettuata a monte del tipo di RAID che si intende implementare: costo, prestazioni e sicurezza sono gli elementi principali da prendere in considerazione in questa difficile scelta, scelta che solo in parte è facilitata dalla presenza in rete di intuitivi “RAID calculator”.

Il NAS – Parte 2

NAS QNAP  TS 469-L

NAS QNAP TS 469-L

Torniamo dunque a parlare del NAS e di quali sono i requisiti indispensabili affinché esso possa assolvere al suo ruolo (centrale) all’interno della più complessa personal cloud.
Tali requisiti, a loro volta, possono essere messi a fuoco solo effettuando una analisi preliminare, il più possibile precisa, delle nostre esigenze pratiche (ad es. ci serve per archiviare documenti in sicurezza o per vedere film od ascoltare musica “liquida”?) nonché della nostra casa / del nostro ufficio in termini di disposizione fisica delle prese dell’energia elettrica, della linea telefonica, etc.
Nonostante le casistiche siano numerosissime, vedrete che, rispondendo a tali semplici domande, la fisionomia del NAS che fa per noi prenderà improvvisamente corpo: procediamo per esempi.
Se il NAS mi serve per archiviarci soprattutto documenti “leggeri” ma che voglio siano accessibili indipendentemente dal fatto che mi trovi a casa o sul luogo di lavoro (e magari condividendo il tutto con un “guest” con privilegi di sola lettura, ipotizziamo un nostro collaboratore) e che soprattutto desidero stiano al sicuro, allora probabilmente non mi serve una capacità di storage elevata ma piuttosto un NAS con almeno due slot per altrettanti dischi rigidi da impostare in modalità RAID 1 (ai tipi di RAID dedicherò in futuro un approfondimento); questi ultimi, a loro volta, dovranno essere affidabili piuttosto che offrirmi prestazioni elevate.
Al contrario, se intendo far svolgere al mio NAS prevalentemente il ruolo di home media center, ovvero se intendo riempirlo di film e di musica, allora dovrò avere a disposizione un notevole spazio di archiviazione così come prestazioni più spinte, magari anche accettando il rischio di occasionali failure; di conseguenza devo prevedere la presenza di 2 / 4 dischi rigidi di cospicue dimensioni (2-3 TB l’uno) e dalle prestazioni di lettura / scrittura elevate, nonché accertarmi della presenza di uscite adeguate per collegare le varie periferiche (TV, riproduttore musicale, etc.) e che il NAS rispetti gli standard / protocolli esistenti in materia di circolazione e riproduzione di materiale multimediale all’interno di una rete locale (ultimamente sta prendendo piede il DLNA, Digital Living Network Alliance, che come si intuisce dal nome non rappresenta uno standard ufficiale ma una collaborazione internazionale tra i vari soggetti attivi sul mercato).
Il DLNA di cui si è parlato poc’anzi ci introduce alla seconda serie di aspetti da valutare, quelli di ordine fisico; posto che tale protocollo prevede che l’interscambio possa avvenire sia via cavo che senza fili, la tendenza degli ultimi anni va indubbiamente nella direzione del wireless. Stanno dunque facendo la loro comparsa sul mercato NAS con Wi-Fi integrato che assicurano un duplice vantaggio: 1) da una parte il collegamento con i vari device mobili posseduti (tablet, smartphone, etc. che come visto nei post precedenti costituiscono parte integrante della propria nuvola personale, n.d.r.) avviene – di norma attraverso apposite applicazioni – in modo semplice, diretto ed intuitivo 2) dall’altra svincola dall’obbligo di collocare il NAS nei pressi di un router / modem, potendolo al contrario piazzare in punti della casa dove è più al sicuro (sull’importanza della posizione anche dal punto di vista della sicurezza fisica tornerò in futuro). Controindicazione della soluzione senza fili, da valutare attentamente, è la degradazione del segnale (che dipende anche da com’è fatta la casa: su quanti piani si sviluppa, spessore dei muri che si frappongono, etc.) e quanto questo fattore possa di conseguenza incidere sulle prestazioni complessive della cloud e della rete locale.
Un altro aspetto da considerare, di natura simile al precedente, è la disposizione delle prese dell’energia elettrica: il nostro NAS, tanto più se al suo interno ci archiviamo dati critici, deve essere operativo H24, motivo per cui o lo colleghiamo ad un UPS (che per funzionare al meglio va a sua volta attaccato ad una presa a muro) oppure ne compriamo uno con batteria di emergenza integrata. Personalmente, se possibile, preferisco la prima soluzione in quanto: 1) un UPS dedicato offre comunque prestazioni superiori 2) ad esso, oltre che il NAS, posso collegare (anche a freddo, cioè semplicemente inserendo la spina) anche gli altri elementi della mia personal cloud, preservandone la piena operatività.
Va comunque da sé che gli UPS domestici, in termini di prestazioni, non possono compiere miracoli sicché non resta che sperare che l’erogazione di energia elettrica venga ripristinata in tempi rapidi altrimenti il down della nostra personal cloud è assicurato. Ma del resto tale sorte tocca anche ai miglior data center, per cui si tratta di un’evenienza, seppur spiacevole, che va comunque messa in conto.

SAN

SAN di Saad Faruque, su Flickr

PRECISAZIONI

NAS VS PC

Alla luce della descrizione data del NAS nel post precedente, sorgerà lecita la seguente obiezione: qual è la differenza di fondo tra NAS e PC se in entrambi i casi è prevista la presenza di uno o più dischi rigidi, di un processore, di una memoria RAM e di varie schede di rete?
La differenza principale è che tanto a livello di sistema operativo che di hardware il NAS è costituito con prodotti specifici rispetto a quelli generici e multipurpose presenti sui PC: i dischi rigidi ad esempio sono pensati per lavorare 24/7, quindi (mediamente) con prestazioni non spinte all’eccesso ma bensì con alta affidabilità e bassi consumi; similmente il sistema operativo (realizzato ad hoc) ed il relativo processore che lo fa “girare”, dovendo assolvere ad un numero di compiti complessivamente minore rispetto a quelli che – sulla carta – ci si aspetta che sia in grado di compiere un personal computer, assicurano a parità di “potenza” prestazioni migliori (anche qui in termini relativi e non assoluti) e consumi minori. Il NAS complessivamente è, pertanto, una macchina più efficiente e più “dedicata”.
Come si vedrà quanto sin qui detto vale in generale ed esistono ovviamente eccezioni alla regola: il consiglio, per chi non vuole (o non sa) costruirsi un NAS fai da te, è quello di acquistare sì soluzioni già “pronte all’uso” ma magari avendo la precauzione che vi sia un margine di “personalizzazione” perlomeno sulla parte HW.

NAS VS SAN

Val pure la pena di ricordare come il NAS non vada confuso con il SAN (Storage Area Network) ovvero, secondo la definizione data dalla SNIA, “una rete il cui scopo principale è il trasferimento di dati tra sistemi di computer ed elementi di storage e tra elementi di storage. Una rete SAN consiste in un’infrastruttura di comunicazione, che fornisce connessioni fisiche, e in un livello di gestione, che organizza connessioni, elementi di storage e sistemi di computer in modo da garantire un trasferimento di dati sicuro e robusto”.
Va anche aggiunto che questa definizione è soprattutto teorica perché nella pratica non sono rari i casi in cui il NAS costituisce un nodo / sottogruppo della SAN; anzi, a detta di molti, tra NAS e SAN sarebbe in corso una convergenza essendo le tecnologie sulle quali essi si basano complementari.